L’Italia torna fanalino di coda dell’eurozona, secondo le ultime rilevazioni e le proiezioni dei principali istituti internazionali (tra cui FMI, Eurostat e Istat), l’Italia continua a posizionarsi nelle ultime posizioni in Europa per ritmo di crescita del Prodotto Interno Lordo.
I numeri del rallentamento
Le stime più recenti delineano un quadro di sostanziale stagnazione per il Paese:
- Crescita sotto la media: Il PIL italiano registra variazioni contenute intorno allo 0,5% – 0,8%, un dato ben al di sotto della media dei paesi dell’Unione Europea e dell’area euro.
- Rallentamento congiunturale: Nel confronto trimestrale tra i big del continente, la frenata italiana risulta evidente, con tassi di espansione vicini allo zero (+0,2% nei rilievi congiunturali), mentre partner europei e paesi dell’est o nord Europa mostrano una dinamica decisamente più vivace.
Le cause del ritardo
A frenare la locomotiva italiana sono molteplici fattori:
- Pressione sui consumi e inflazione: Sebbene l’inflazione sia in fase di smorzamento rispetto ai picchi passati, il potere d’acquisto delle famiglie rimane compresso, riducendo la spinta della domanda interna.
- Nube sulle esportazioni e incertezza globale: Le tensioni geopolitiche e il rallentamento di mercati chiave pesano sull’industria manifatturiera e sull’export, da sempre motore trainante dell’economia nazionale.
- Nodo PNRR: L’impatto dei fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza stenta a scaricarsi appieno sull’economia reale a causa dei ritardi nell’esecuzione dei progetti e della burocrazia. Molti analisti avvertono che, senza un’accelerazione decisa nell’attuazione del PNRR, il rischio è di rimanere strutturalmente ancorati in coda alla classifica europea nei prossimi anni.
Le prospettive
Per i prossimi esercizi, le stime del Fondo Monetario Internazionale prefigurano un’espansione debole che oscilla tra il +0,6% e il +0,7%. Il divario con il resto d’Europa riapre il dibattito sulle riforme strutturali necessarie — dalla produttività del lavoro al cuneo fiscale fino al sostegno agli investimenti privati — per evitare che il Paese rimanga stabilmente il “fanalino di coda” dell’Unione.
